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Opere d'Arte in vendita di Gianni Piacentino
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(Italia, 1945)   Views: 3

GIANNI PIACENTINO nasce a Coazza nel 1945, vive e lavora a Torino,

Quando Gianni Piacentino cominciò a mostrarsi in pubblico, attorno al 1965, era molto facile scambiarlo per un minimalista di casa nostra, , proteso a ricalcare in modi pedissequi le forme elementari del movimento statunitense. Confesso, almeno, che questo fu il mio errore, quando ebbi il primo contatto col suo lavoro. Ricordo bene che era il settembre 1967 e che l’incontro avvenne presso la Galleria di Gian Enzo Sperone a Torino, dove era sistemata una personale di Piacentino. Mesi cruciali, in cui stava per decollare l’Arte Povera. E in effetti, Sperone, con cui avevo una buona amicizia, anche sulla basa della comune stima per Piero Gilardi, mi chiese in maniera piuttosto solenne se avessi voluto “marciare” con lui e con la sua équipe in via di costituzione. Io ebbi qualche incertezza, ma per una serie di equivoci di cui eravamo tutti vittime; e Piacentino c’entrava in forte dose nel generare tali equivoci. O, detto in altre parole, il suo pseudo-minimalismo ingannava tutti, compreso Sperone, che allora non aveva affatto le idee chiare (credo) su cosa fosse in realtà l’Arte Povera, la nuova situazione emergente; in essa egli scorgeva, appunto, l’aspetto minimalista, elementari Continua a leggere ...

GIANNI PIACENTINO nasce a Coazza nel 1945, vive e lavora a Torino,

Quando Gianni Piacentino cominciò a mostrarsi in pubblico, attorno al 1965, era molto facile scambiarlo per un minimalista di casa nostra, , proteso a ricalcare in modi pedissequi le forme elementari del movimento statunitense. Confesso, almeno, che questo fu il mio errore, quando ebbi il primo contatto col suo lavoro. Ricordo bene che era il settembre 1967 e che l’incontro avvenne presso la Galleria di Gian Enzo Sperone a Torino, dove era sistemata una personale di Piacentino. Mesi cruciali, in cui stava per decollare l’Arte Povera. E in effetti, Sperone, con cui avevo una buona amicizia, anche sulla basa della comune stima per Piero Gilardi, mi chiese in maniera piuttosto solenne se avessi voluto “marciare” con lui e con la sua équipe in via di costituzione. Io ebbi qualche incertezza, ma per una serie di equivoci di cui eravamo tutti vittime; e Piacentino c’entrava in forte dose nel generare tali equivoci. O, detto in altre parole, il suo pseudo-minimalismo ingannava tutti, compreso Sperone, che allora non aveva affatto le idee chiare (credo) su cosa fosse in realtà l’Arte Povera, la nuova situazione emergente; in essa egli scorgeva, appunto, l’aspetto minimalista, elementari sta, di una geometria ridotta all’osso; e forse anche Celant, in quell’ora zero, nutriva gli stessi equivoci; sfuggiva a entrambi la componente informale, primordiale (Gilardi avrebbe detto microemotiva) che sarebbe entrata nel composto finale, per dargli il tocco decisivo e per distinguerlo da una stanca ripresa di arte concreto-geometrica, di quelle che assediano la contemporaneità con monotoni ritorni. Quanto a me, allergicamente avverso a quei ritorni, proprio guardando i lavori di Piacentino mi capitava di cadere nella trappola e di ritenere che mi si volesse gabellare come avvenimento nuovo null’altro che una ripresa, un trasporto di qua dell’Atlantico delle figure solide regolari in cui si era espresso Bob Morris -da lui già abbandonate per passare oltretutto alle proposte più intriganti dell’Anti-form, ovvero dell’uso dei feltri cascanti. Commedia degli errori, in quanto piacentino, già allora, a ben vedere, era dissonante da ognuna di queste piste. Le sue superfici, i suoi peduncoli, le sue sbarre e tavoli, benché senza dubbio squadrati e massicci, redatti cioè secondo un irreprensibile linguaggio geometrico, erano però tinteggiati con colori sofisticati, artificiali quant’altri mai, e pertanto lontanissimi dall’orgia del povero, dell’elementare (ferri arrugginiti, lamiere grezze) che era tipica del Minimalismo statunitense. In fondo era vero che a partire da esso si apriva la strada al successivo poverismo: occorreva appunto non lasciarsi frastornare dalle forme, portare attenzione alla libertà e disinvoltura, al carattere bruto con cui quelle venivano confezionate. Una rozza matericità premeva alle porte, invece, in Piacentino, quanta raffinatezza sofisticata! Col che disegnava una rotta esattamente contraria a quella dei Minimalisti-poveristi: la loro, rivolta verso un’ascesa e un affondo verso i valori ispirati all’elementare, al primordiale, al rozzo, quasi senza intervento artistico. Con Piacentino, al contrario, l’artista riprende tutte le sue prerogative, si afferma come artigiano, come artefice, come datore di un valore aggiunto, tale che il suo ruolo comincia esattamente dopo la natura, nella misura in cui riesce a migliorarla, a lavorarla. I viola e i rosa della tavolozza di Piacentino, appartengono a quella gamma aristocratica che è sempre stata esibita in tutti i momenti in cui l’arte ha voluto farsi preziosa; basti pensare al Manierismo. Personalmente ho sempre creduto ai fenomeni bipolari, dialettici, e quindi sono passato a teorizzare ben presto l’inevitabilità che, accanto a un polo del “povero” si dovesse determinare anche un polo opposto del “ricco”. La mia cecità fu di non accorgermi, ipso facto, che appunto un simile polo oppositivo era già in atto, e proprio in quei primissimi lavori di Piacentino. In quel momento (1969) egli ebbe il merito, di uscire dall’ambiguità, interrompendo il curioso e fuorviante connubio praticato in precedenza tra forme povere e colori ricchi, artificiosi. Egli scelse di marciare sulla via dell’artificio, abbandonando quella specie di ora zero non ben caratterizzata in un senso o nell’altro; e si inoltrò pertanto verso un macchinismo clamoroso e polemico Infatti il grande significato della stagione poverista era quello di redigere un atto di denuncia contro la macchina, e di indicare che il futuro dell’umanità sarebbe stato affidato all’elettronica e alle sue applicazioni: l’era del s

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