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Opere d'Arte in vendita di Mario Schifano
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(Italia, 1934 - 1998)   Views: 6

MARIO SCHIFANO Homs (Libia)1934 - Roma 1998

Nell’immediato secondo dopoguerra la sua famiglia si trasferisce a Roma, dove, abbandonata ben presto la scuola, il giovane Schifano dapprima lavora come commesso e in seguito collabora con il padre, archeologo restauratore al Museo Etrusco di Valle Giulia. Inizialmente si occupa del restauro dei vasi, poi passa a disegnare planimetrie di tombe, ma quest’attività lo interessa poco e ben presto l’abbandona. Comincia nel frattempo a dipingere. I suoi debutti sono all’interno della cultura informale con tele ad alto spessore materico, solcate da un’accorta gestualità e segnate anche da qualche sgocciolatura. Con opere di questo genere inaugura la sua prima personale nel 1959 alla Galleria Appia Antica di Roma.E’, comunque, in occasione della mostra che tiene l’anno successivo alla Galleria La Salita di Roma, in compagnia di Angeli, Festa, Lo Savio e Uncini, che la critica comincia ad interessarsi del suo lavoro. La pittura di Schifano nel volgere di pochi anni è mutata radicalmente. Abbandonata l’esperienza informale, ora dipinge quadri monocromi, delle grandi carte incollate su tela e ricoperte di un solo colore, tattile, superficiale, sgocciolante. Il dipinto diventa “schermo”, punto di partenza, spazio di un evento negato in cui, qualche anno dopo, affioreranno cifre, lettere, frammenti segnici Continua a leggere ...

MARIO SCHIFANO Homs (Libia)1934 - Roma 1998

Nell’immediato secondo dopoguerra la sua famiglia si trasferisce a Roma, dove, abbandonata ben presto la scuola, il giovane Schifano dapprima lavora come commesso e in seguito collabora con il padre, archeologo restauratore al Museo Etrusco di Valle Giulia. Inizialmente si occupa del restauro dei vasi, poi passa a disegnare planimetrie di tombe, ma quest’attività lo interessa poco e ben presto l’abbandona. Comincia nel frattempo a dipingere. I suoi debutti sono all’interno della cultura informale con tele ad alto spessore materico, solcate da un’accorta gestualità e segnate anche da qualche sgocciolatura. Con opere di questo genere inaugura la sua prima personale nel 1959 alla Galleria Appia Antica di Roma.E’, comunque, in occasione della mostra che tiene l’anno successivo alla Galleria La Salita di Roma, in compagnia di Angeli, Festa, Lo Savio e Uncini, che la critica comincia ad interessarsi del suo lavoro. La pittura di Schifano nel volgere di pochi anni è mutata radicalmente. Abbandonata l’esperienza informale, ora dipinge quadri monocromi, delle grandi carte incollate su tela e ricoperte di un solo colore, tattile, superficiale, sgocciolante. Il dipinto diventa “schermo”, punto di partenza, spazio di un evento negato in cui, qualche anno dopo, affioreranno cifre, lettere, frammenti segnici della civiltà consumistica, quali il marchio della Esso o della Coca-Cola. Nel 1961 ottiene il Premio Lissone per la sezione “Giovane Pittura Internazionale” e tiene una personale alla Galleria La Tartaruga di Roma. L’anno successivo è negli Stati Uniti; conosce la Pop-Art, resta colpito dall’opera di Dine e Kline ed espone alla Sidney Janis Gallery di New York nella mostra The New Realist. Ritorna negli States sul finire del 1963, dopo aver allestito personali a Roma, Parigi e Milano, e vi rimane per la prima metà dell’anno seguente, quando viene invitato alla Biennale di Venezia. Sono di questo periodo i paesaggi “anemici”, una serie di tele in cui il mondo naturale viene evocato sul filo della memoria attraverso frammenti, particolari, scritte allusive.L’artista opera per ora per cicli tematici e verso la fine del 1964 accentua quell’interesse verso la rivisitazione della storia dell’arte che lo porterà, l’anno successivo, ai notissimi pezzi dedicati al Futurismo. E’, ancora una volta, un’immagine dei mezzi di comunicazione di massa, un’immagine appartenente alla memoria collettiva, quindi usurata, consumata, l’immagine fotografica del gruppo storico futurista a Parigi, a sollecitare Schifano, il quale sottolinea l’affiorare del ricordo di questa foto riducendo le figure a sagome senza volto ed opera un distanziamento “velando” il ritratto con dei pennelli colorati di perspex. Nello stesso 1965, anno in cui partecipa alle Biennali di San Marino e di San Paolo del Brasile, realizza Io sono infantile, un’opera legata alle illustrazioni destinate all’infanzia, che rappresenta pure il ritorno – tutto mentale – a una dimensione temporale lontana, eppure sempre presente nell’artista. Si occupano in questa fase del lavoro di Schifano tanto critici attenti, come Maurizio Calvesi, Maurizio Fagiolo e Albero Boatto, quanto scrittori illustri, come Alberto Moravia e Goffredo Parise, il quale, presentando la personale allo Studio Marconi di Milano sotto forma di dialogo fra due anonimi personaggi, descrive Schifano “come un piccolo puma di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto”. Sempre allo studio Marconi presenta nel 1967 il lungometraggio Anna Carini vista in agosto dalle farfalle, cui farà seguito la trilogia di film composta da Satellite, Umano non umano, Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani. Le sue prime esperienze cinematografiche risalgono comunque al 1964 e risultano in perfetta sintonia con l’attenzione critica che Schifano presta all’ininterrotto flusso di immagini prodotto dalla nostra civiltà tecnologica in cui il reale viene continuamente sostituito dal suo “doppio”, sia esso fotografico o televisivo o cinematografico.

Pure la predilezione dell’artista per l’uso di colori di produzione industriale (smalti, vernici alla nitro, etc.) si spiega con il “senso di contemporaneità “ che Schifano sempre manifesta.Fra il 1966 e il 1967 realizza la serie Ossigeno ossigeno, Oasi, Compagni. Quest’ultima emblematizza il preciso impegno politico che condurrà Schifano, in questi anni tormentati, ad una crisi ideologica e d’identità tale da portarlo a dichiarare più volte il desiderio di abbandonare la pittura.Agli inizi degli anni ’70 comincia a riportare delle immagini televis

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